Roma capitale anche delle chiusure: -2.827 bar in 6 anni
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Bar in crisi, Confesercenti: perse 24.000 attività in sei anni

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Non c'è fine alla crisi del formato bar che, secondo le rilevazioni diffuse da Confesercenti, ha visto chiudere 24.000 insegne tra il 2019 e il 2025. Il trend non è nuovo, anzi ma la contrazione si aggrava: -14,2% di esercizi persi per un totale di 145.766 indirizzi attivi nel 2025. Una "desertificazione commerciale" dettata da diversi fattori che ha generato una riduzione di 7,2 miliardi di euro tra mancati consumi, minore occupazione e riduzione del gettito fiscale. 

 

I numeri di Confesercenti: Roma capitale delle chiusure (-2.827 bar). 

Il calo più marcato si registra, secondo l'associazione, nel Centro Italia: 7.323 bar in meno rispetto al 2019, pari a un -20,8%. Seguono il Nord-Est, con una flessione del 16,3%, e il Nord-Ovest, a -16,1%. Più contenuto il calo nel Mezzogiorno (-6,7%) e nelle Isole (-6,5%). In termini assoluti, però, è la Lombardia a mettere a referto la contrazione maggiore con 4.957 bar in meno. Se si guarda alla variazione percentuale, invece, la maglia nera spetta alle Marche: -25%. In termini cittadini, infine, è Roma la più colpita con una riduzione di 2.827 bar in sei anni. "Un bar è un’impresa che crea lavoro e offre un servizio. Ma è anche uno dei luoghi più semplici e accessibili in cui le persone si incontrano. Vale per il piccolo comune, dove può essere un punto di riferimento per tutti, e vale per il quartiere di una grande città. Quando questi luoghi vengono meno, le strade sono meno frequentate e le città diventano più spente e meno sicure", ha affermato Nico Gronchi, presidente di Confesercenti.

I motivi della crisi: cambio generazionale, consumi e costi. 

Ma da cosa è dipeso questo trend? Detto che il bar italiano è un modello d'impresa tra i più riconoscibili del commercio di prossimità italiano, punto di riferimento per residenti e non, ad oggi risulta difficilmente gestibile a fronte delle pressioni economiche (spesso esogene) e del cambio generazionale in atto. Tra i fattori di stress indicati da Confesercenti ci sono innanzitutto l’aumento dei costi di gestione, a partire da energia e materie prime, e la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie. A questi elementi si aggiunge il costo del lavoro, particolarmente rilevante per imprese che richiedono molta manodopera e lavorano con scontrini medi contenuti. Pesano inoltre i minori flussi quotidiani nelle città, anche per effetto dello smart working, il cambiamento nella distribuzione dei consumi durante la giornata, la concorrenza della distribuzione moderna e quella dei nuovi servizi di consegna. Infine, va considerato che molti bar hanno cambiato codice Ateco per rispondere al cambiamento delle abitudini di consumo della clientela, spesso muovendosi verso pasticcerie e gelaterie che ibridano il proprio servizio con la classica caffetteria, l'aperitivo, il light lunch. 

I numeri di Fipe: dopo 5 anni sopravvive solo la metà dei bar. 

Il dato riportato da Confesercenti ritocca quello comunicato da Fipe a ottobre 2025. Allora si parlava di 21.000 bar persi negli ultimi 10 anni; con 706 unità in meno solo nel primo semestre dello scorso anno. Il trend evidenzia quindi una certa fragilità per questi esercizi che, d'altro canto, costiuiscono la spina dorsale degli oltre 330.000 locali fuoricasa attivi in Italia. Oltre i numeri assoluti, è il tasso di sopravvivenza a 5 anni delle aziende (pari al 53%) a preoccupare la federazione. Detto diversamente, a cinque anni dall'apetura, un bar su due chiude. Conciliare sostenibilità economica ed elevati standard di servizio sta diventando sempre più difficile per un comparto che occupa 400.000 addetti (285.000 sono dipendenti, di cui il 58,9% donne) e vale oltre 20 miliardi di euro di consumi. 

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