L'assemblea di Federvini tenutasi a Roma non lascia dubbi: il consumo di vino fuoricasa tiene solo nei ristoranti di fascia alta dove il 55% dei clienti non ci rinuncia. Il dato diffuso dall'associazione di categoria, e raccolto da un'indagine TradeLab, fotografa l'attuale divario (e la conseguente polarizzazione) delle abitudini e possibilità di consumo. Soprattutto se si confronta con la percentuale di consumatori di vino che si registra nei ristoranti di fascia media (25%) e bassa (11%). C'è il rischio che il vino al ristorante sia diventato un lusso? Oppure è una questione di "alfabetizzazione" gastronomica?
Preso nel mezzo dall'evoluzione dei consumi, le tensioni commerciali, gli equilibri geopolitici e la redizione delle rotte commerciali, il settore italiano del vino (a cui vanno aggiunti anche spiriti e aceti) affronta un contesto inedito per complessità che genera un rallentamento di tutti gli indicatori di performance. Unica eccezione è la Gdo che, nel primo trimestre del 2026, fa registrare valori stabili o in leggera crescita (-1% a volume ma +2,2% a valore, con gli spumanti in accelerazione a +8,7%). Mentre sul fuoricasa pesa l'effetto dell'inflazione. "Il 2025 ci ha messo alla prova con un’intensità senza precedenti - ha dichiarato il presidente di Federvini Giacomo Ponti - Prima i dazi reciproci, poi la loro sospensione, infine l’attuale regime al 10% in vigore fino al 24 luglio. Le nostre imprese hanno dimostrato una capacità di adattamento straordinaria. Ora è fondamentale che la ratifica dell’accordo Ue-Usa si concluda rapidamente: non possiamo pensare di sostituire il mercato americano, ma possiamo e dobbiamo diversificare, innovare, presidiare i tavoli europei con ancora più determinazione. Guardiamo al futuro con fiducia: siamo portatori di un valore strategico, economico, culturale, identitario che nessun dazio può intaccare".
Anche perché il presente è tutto fuorché positivo. Sul fronte internazionale, il primo trimestre 2026 si è aperto in frenata per tutti i grandi Paesi produttori di vino a causa di una contrazione generalizzata del valore delle importazioni (-17,1%), con il massimo calo espresso dagli Stati Uniti, con il -38,9% di valore delle importazioni rispetto allo stesso trimestre del 2025, seguito da Cina -10,6% e Canada -10,5%. Un quadro nel quale le esportazioni italiane hanno evidenziato un calo a valore del -13,3%, performando meglio rispetto al calo complessivo della domanda. In controtendenza, invece, l'export di liquori che, nel primo bimestre dell'anno in corso, ha registrato esportazioni in aumento del +5,8% grazie alle spedizioni verso Spagna e Regno Unito. Di positivo c'è che la clientela a livello globale mantiene una certa dose fedeltà al brand Italia. Detto diversamente, nonostante l'aumento dei prezzi e la riduzione del potere d'acquisto non si rinuncia così facilmente al vino italiano. Negli Usa, per esempio, come testimoniato dalla consumer survey realizzata da Nomisma, anche di fronte a una prospettiva di rincaro del 20%, una quota significativa di consumatori dichiara che non modificherebbe le proprie abitudini d’acquisto. Il principale driver di scelta resta l’alta qualità percepita, che i consumatori americani associano ai vini italiani (47%). Un'ulteriore conferma deriva dal fatto che per il 67% dei consumatori la scelta di un buon vino influisce in maniera importante sulla qualità complessiva dell’esperienza al ristorante.
Le evidenze raccolte dall'Osservatorio Federvini, infine, mostrano segnali di evoluzione nelle preferenze, soprattutto tra le fasce più giovani, con un interesse crescente verso proposte come vini biologici o naturali (percepiti come interessanti per il 53% dei 18-24enni) e, in misura più selettiva, vini senza alcol o a basso contenuto alcolico. Si tratta di tendenze ancora da leggere con equilibrio, che non mettono in discussione la centralità delle categorie tradizionali, ma confermano l’importanza per le imprese di intercettare nuovi linguaggi di consumo e occasioni diverse, anche in chiave generazionale. A patto di potersele permettere al momento.