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Vinitaly dà appuntamento al prossimo anno, 11-14 aprile 2027
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Vinitaly 2026 chiude con 90mila presenze e buyer esteri da 70 Paesi

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Lo slancio all'internazionalizzazione ha percorso tutto Vinitaly 2026, che chiude con 90mila presenze e l'interesse di top buyer da 70 Paesi. Nonostante il momento complesso per il mondo del vino, quindi, la kermesse di Verona (dal 12 al 15 aprile) ha ottenuto il riscontro positivo di visitatori ed espositori. Parallelamente, per quanto riguarda Vinitaly and the City, sono stati registrati 50mila token degustazione. Diversi i focus della manifestazione: dal turismo al no-low alcol, passando per il fuoricasa. 

  

Vinitaly prende la via dell'internazionalizzazione. 

La fiera è stata in grado di richiamare 1.000 top buy esteri, selezionati e ospitati in collaborazione con ITA Agenzia, confermandosi "un’infrastruttura a sostegno dell’internazionalizzazione del settore, capace di favorire incontri ad alto valore aggiunto, accelerare l’ingresso ai mercati esteri e sostenere concretamente la competitività del vino italiano. La presenza di mercati consolidati, come Stati Uniti, Canada ed Europa, insieme ad aree ad alto potenziale di sviluppo, tra cui Mercosur con il Brasile e India, Australia e Africa, contribuisce a creare un ecosistema orientato a generare nuove relazioni commerciali e opportunità di sviluppo”, ha ricordato il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo. Tra i mercati consolidati presenti a Verona si confermano Germania, Nord America (Usa e Canada), Svizzera, Uk, Belgio, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Paesi Scandinavi (Svezia, Norvegia e Danimarca), Polonia e Austria. Sul fronte delle aree più promettenti, la Top 10 dei mercati a maggior potenziale comprende Cina, Brasile, Australia, Messico, Corea del Sud, Thailandia, Repubbliche Baltiche (Estonia, Lituania e Lettonia), Serbia e Singapore. In crescita anche l’interesse dall’Africa, con Sudafrica, Tanzania, Nigeria e Angola, mentre in Asia Giappone e Vietnam si distinguono per dinamismo e attenzione verso le etichette del Made in Italy. Tra le novità emerge anche l’Ucraina con una presenza numerosa e qualificata di buyer. A disposizione, un'offerta ad ampio spettro di cui RM ha realizzato una selezione.

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Focus sul no-low alcol: una nicchia molto dinamica. 

Tra le novità della 58° edizione di Vinitaly, uno spazio espositivo dedicato al no-low alcol, specchio di un settore dinamico: +90% di aumento produttivo previsto nel 2026 in Italia dopo lo sblocco normativo, con una quota export attestata al 91% e il grosso delle vendite fatte sul canale retail (77%). A dirlo è stato l'Osservatorio Uiv-Vinitaly, che ricorda comunque che stiamo parlando di un mercato ancora piccolo: nel 2025 in Germania, Regno Unito e Stati Uniti i vini no-low alcol hanno realizzato un valore delle vendite Gdo "solo" di 1,2 miliardi di euro e l’equivalente di 160 milioni di bottiglie commercializzate. Eppure le prospettive sono promettenti, tanto che la metà del campione Uiv-Vinitaly intende inoltre attivare la produzione in Italia. Le tipologie a listino vedono una leggera prevalenza dei no-alcohol (54%), con un aumento significativo dell’opzione “bevanda a base vino”, balzata dal 3% del 2025 al 27% odierno. Tra le motivazioni che spingono la scelta, sono stabili - e ancora maggioritarie - le risposte legate alla salute mentre crescono (quota al 35%) le ragioni legate all’aumento della qualità del prodotto e a una maggiore consapevolezza riguardo alla categoria nel suo insieme. “Ma il tema del gusto - ha detto il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti - rappresenta ancora un freno al consumo per il 25% dei potenziali clienti". Da tenere in consinderazione anche le motivazioni legate alla guida; tema sensibile tra i più giovani. 

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Vino nella ristorazione, un affare da 12 miliardi di euro. 

Al ristorante, come già scritto su RM, il vino mantiene un peso rilevante sul fatturato (per una spesa complessiva di 12 miliardi di euro nel fuoricasa). con un’incidenza che supera il 30% per il 22% degli intervistati. Un impatto fondamentale, registra l’Osservatorio Fipe-Uiv, che si rileva anche nell’ormai acquisita presenza della carta dei vini, utilizzata da 3 ristoranti su 4 ma anche dalla metà delle pizzerie-ristoranti (4,1 milioni le voci totali in carta). Qui il vino rappresenta un pilastro dell’offerta (gestita in larghissima parte direttamente dal titolare come strumento di posizionamento e di racconto del territorio) che tuttavia viene rinnovata meno di una volta l’anno nel 54% dei casi. Questo scarso ricambio, si inserisce in un contesto di scarsa formazione in materia enologica. In un terzo dei locali non si registrano forme di aggiornamento (quota che sale al 61% nelle pizzerie e al 50% nei cocktail bar), e la metà di chi si forma lo fa attraverso il passa parola con agenti o distributori. A livello di consumo si ricerca la leggerezza: i vini meno impegnativi (gli spumanti e ancor più i bianchi leggeri) evidenziano saldi netti positivi in doppia cifra, mentre in frenata risulta la domanda dei rossi leggeri e in misura maggiore di quelli strutturati. E se i cocktail sono ormai una presenza fissa in carta per un quinto abbondante dei locali, prevale ancora (44%) la quota di ristoranti e pizzerie che valutano la mixology come non coerente rispetto al posizionamento del locale.

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Il ruolo dell'enoturismo, tra sfide e opportunità. 

Infine, spazio al turismo con Vinitaly Tourism. Tra 15 convegni e 30 degustazioni oltre agli appuntamenti di networking, l'area conferma come l’enoturismo sia oggi una delle parole più ricorrenti e rilevanti per il settore, sempre più riconosciuto come leva strategica per la competitività e la crescita delle aziende vitivinicole. Parliamo di un mercato che vale oggi 15 milioni di visitatori in cantina e 3 miliardi di euro di spesa, secondo i dati Report Enoturismo e Vendite direct-to-consumer 2026 di Wine Suite. Il report evidenzia che nel 2025 il prezzo medio dell’esperienza si attesta a 39,4 euro per persona, mentre il ticket medio per prenotazione raggiunge 136,6 euro. Il 43,3% dei visitatori proviene dall’estero, segno di una crescente internazionalizzazione della domanda, mentre il numero medio di esperienze ed eventi proposti da una cantina sale a 7 all’anno, a testimonianza di un’offerta sempre più strutturata e articolata. Centrale la figura dell'hospitality manager che deve saper affrontate le sfide della cantina. La prima? Far arrivare i turisti (36,8%). Tra i principali ostacoli allo sviluppo dell’enoturismo compaiono invece le risorse finanziarie (31,6%) e la necessità di costruire maggiori collaborazioni con enti locali (27,6%). Sul piano più generale, i limiti più citati alla crescita del comparto in Italia sono la frammentazione del sistema (36,8%), le infrastrutture (30,3%) e la debolezza del marketing nazionale (25%). Nel frattempo, i tour operator chiedono alle cantine italiane alcuni requisiti ormai considerati fondamentali: guide in lingua inglese fluente (76%), capienza gruppi adeguata e dichiarata (63%), flessibilità negli orari, inclusi i weekend (54%), e tariffe trasparenti dedicate al canale trade (41%).

       
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