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La Schiava Cum Vineis Sclavis di Cavit
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Cavit "riscopre" il Pinot Bianco e la Schiava

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Nell'evoluzione in corso nel mercato del vino, Cavit trova lo spazio per "riscoprire" due vitigni della tradizione: il Pinot Bianco e la Schiava. Si tratta di uve da cui derivano vini di grande freschezza, moderata gradazione e capaci di esprimere la propria identità territoriale. Due gli esempi in cantina, protagonisti al prossimo Vinitaly: Pinot Bianco Bottega VinaiSchiava Cum Vineis Sclavis.

L'approccio di Cavit all'evoluzione del bere. 

Queste due etichette della realtà cooperativa trentina rappresentano, da un lato, il frutto di un articolato progetto di ricerca agronomica su terroir selezionati del territorio e, dall'altro, il rilancio di varietà autoctone attraverso il ritorno a metodi di vinificazione tradizionali. "Le etichette che presentiamo nascono da un metodo preciso: ascoltare il territorio, selezionare con rigore e restituire quella qualità a un pubblico il più ampio possibile - ha spiegato Enrico Zanoni, direttore generale di Cavit - È questo che intendiamo per qualità accessibile: la capacità di generare valore con coerenza e continuità in ogni fascia di mercato, superando la logica dell'esclusività per rendere l'eccellenza una scelta quotidiana e condivisa. Perché per noi il vino non è un semplice prodotto, ma è, prima di tutto, cultura e valore che unisce il territorio al mondo". Ma quali sono le caratteristiche delle due etichette? 

La differenza del Pinot Bianco trentino. 

Partiamo dal Pinot Bianco Bottega Vinai il cui valore risiede nel metodo con cui è stato creato: una ricerca di 4 anni su due zone climaticamente distinte attraverso il Sistema Pica. Un monitoraggio che ha portato alla selezione di vigneti nella zona dell’Alto Garda e in quella della Vallagarina occidentale, oltre i 400 metri di altitudine. Il vino si distingue per una precisa scelta stilistica: valorizzare delicatezza, finezza di profumi e freschezza, caratteristiche varietali esaltate dall'affinamento esclusivo in acciaio. Si differenzia dai Pinot Bianchi di Alto Adige e Friuli, tendenzialmente più maturi e strutturati per gli affinamenti in legno, e si rivolge a un consumatore curioso di ritrovare, in un vitigno di nicchia, lo stile fresco e profumato dei vini trentini. "Abbiamo scelto di non usare legno, per preservare la freschezza che è il tratto più autentico di questo vitigno. Il risultato è un vino dal colore giallo lucente con sfumature verdoline, con note di mela verde e fiori bianchi, secco e persistente. Qualcosa di diverso dagli altri bianchi della gamma, e diverso anche da ciò che il mercato già conosce del Pinot Bianco", ha spiegato Fabrizio Marinconz, enologo Cavit.

Il ritorno di un vitigno autoctono: la Schiava. 

Per quanto riguarda Schiava Cum Vineis Sclavis, invece, parliamo del ritorno alla ribalta di un vitigno storico che, purtroppo, nel giro di 50 anni aveva perso parecchio terreno (in senso letterale). Eppure, possiede caratteristiche che parlano direttamente ai nuovi linguaggi del consumo: gradazione naturalmente moderata (12% vol), freschezza, leggerezza, bevibilità immediata. Effetti che derivano anche dal ricorso alla classica vinificazione in rosso della tradizione trentina, valorizzando vigne vecchie selezionate in zone collinari di alta vocazione. "Il risultato è un vino centrato: rubino brillante, profumi fragranti di ciliegia e lampone, gusto secco con un sottofondo di mandorla", ha concluso Marinconz.

       
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